Intervista a Karel

 

Wow – Innanzitutto un po’ di biografia.

“Si può dire che abbia sempre disegnato. Dopo gli studi inferiori mi sono iscritto ad una scuola presso il Museo di Amsterdam. Là insegnavano per diventare professori di disegno e matematica. Già allora pensavo di fare l’illustratore o il pittore, ma prudenzialmente avevo scelto una via che mi permettesse anche un lavoro sicuro al di fuori della libera professione. Ad un certo punto ho capito che ottenere questa laurea, era per me

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impossibile. Non contava tanto, infatti, la capacità di disegnare, quanto le conoscenze matematiche. Allora abbandonai questi studi e cominciai subito a lavorare. Per sei mesi ho disegnato per ciclostile, una cosa difficile e noiosa. Durante l’estate, stufo di quel lavoro, mi presi una vacanza e con un amico andai a Roma. Tornato a casa continuai a lavorare come illustratore per alcune riviste e diverse case editrici. Ho fatto copertine dell’orrore, illustrazioni di libri scolastici, un po’ di tutto. Allargandosi il cerchio dei clienti mi sono trovato a sconfinare u po’ in tutti i campi. L’Olanda è troppo piccola e non permette di specializzarsi, bisogna fare qualsiasi cosa. Io volevo fare il cartellonista ma c’era pochissimo lavoro. Mi sono accontentato e ho fatto copertine, illustrazioni in bianco e nero, vetrate, pitture murali (nella sala dei concerti di Amsterdam), manifesti, ritratti, pubblicità. L’unica cosa che non ho fatto è stato dipingere, cioè non ho mai fatti quadri.”



Wow – Perché ti sei trasferito in Italia?

“L’idea di trasferirmi, di lasciare l’Olanda dove, tra parentesi, ero nato il 20 aprile 1914 è molto vecchia. In nuce c’era già nel mio viaggio del ’35 a Roma, allora però non trovai prospettive favorevoli e accantonai la cosa. Ancora prima, durante la scuola nel ’31-32, volevo andare a Parigi con un amico. Era un po’ il sogno di tutti gli artisti allora. Dopo la guerra la prospettiva era cambiata. Parigi non era più il centro internazionale dell’arte. Vi erano, allora, tanti altri centri dove un giovane poteva validamente sviluppare le sue aspirazioni artistiche. In mezzo c’era stata la guerra, cinque anni di occupazione tedesca. In quel periodo in landa non si poteva fare niente. E’ stato allora, nel ’42, che mi sono sposato. Nel ’47 è nata la prima figlia, nel ’49 la seconda, poi un’altra ed infine un maschio. Io mi sentivo compresso. Ero arrivato al tetto, non potevo andare oltre. Mi guardai intorno per vedere cos’ero e dove ero arrivato. Ero considerato uno dei tre o quattro migliori disegnatori olandesi, però non avevo la macchina, abitavo in una casa piccola per non dire misera e con una famiglia numerosa le difficoltà non erano poche. Guadagnavo, ma non abbastanza, era quello comunque il massimo che potevo raggiungere in patria. Allora pensai seriamente di trasferirmi.”

Wow – Non avevi modo di trovare sbocchi all’estero?

“Penso di no. A quel tempo avevo qualche contatto all’estero, ma era poca cosa. Non conoscevo nessuno in America o in Inghilterra, e non c’ero mai stato. Se un editore francese o inglese cerca un autore, un illustratore, va a cercarlo in qualche grossa nazione. Fare le copertine per un’importante casa americana o italiana è un conto, altro è farlo in Olanda. Non ci sono grossi editori, autori che portino il tuo nome anche all’estero. Essere un grande nome in un piccolo paese conta poco. Parlai con mia moglie del trasferimento. Era per me una cosa molto impegnativa, non ero solo. Con una famiglia alle spalle, con quattro bambini, non tenti l’avventura in un paese straniero. Era un passo definitivo per me. Presi in considerazione le varie possibilità; Parigi non era più quella di una volta, il Sud America era troppo lontano e mi spaventava un po’, gli Stati Uniti erano interessanti per la mole di lavoro ma non per viverci, la Russia non la volevo, la Germania, benché mia madre era tedesca, non mi andava, non dopo cinque anni di occupazione. Mi rimanevano due possibilità: l’Inghilterra, e mia moglie non ne era entusiasta per il clima, oppure l’Italia. Per me era un paese in pieno sviluppo, dopo vent’anni in cui era stato chiuso in se stesso; era un paese che faceva balzi enormi per colmare certi distacchi. Mi dava fiducia.
Avevo idea di partire prima io con l’intenzione di rimanere per cinque o sei mesi e vedere come andava. Avendo bisogno del mio materiale, parlai con uno che faceva traslochi per informarmi sui prezzi. Visto il volume di quello che volevo portare, tutto il mio archivio, e che era in vista un secondo trasloco, quando mia moglie con i bambini mi avrebbe raggiunto, mi consigliò di non attendere. Due piccoli traslochi costavano d

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i più di uno solo. Il problema adesso era dove andare. La scelta possibile era una sola: Milano.
Partii “in esplorazione” e appena arrivato andai da un amico che vi abitava, che mi consigliò senz’altro quella città per avere il massimo dal mio lavoro.
Tornai con mia moglie, trovai casa e ci trasferimmo tutti con armi e bagagli. Era il mese di novembre del 1958.
Inizialmente rimasi in contatto con alcuni editori olandesi mantenendo un rapporto di lavoro per poter superare le difficoltà iniziali. In quel periodo andai da tutti i grandi editori quali “Mondadori”, “Rizzoli”, “Garzanti” e girai anche diversi agenzie pubblicitarie.”

Wow – Come e quando hai iniziato a lavorare per “Urania”?

“Un giorno rividi ad una fiera del libro nel Palazzo Reale l’art director della “Mondadori”, che mi fissò un appuntamento. Quando arrivai mi fece vedere un numero di “Urania” e mi disse che l’attuale illustratore, Caesar, avrebbe di lì a poco interrotto la collaborazione. Mi propose di continuare e di farmi carico di una copertina quindicinale. La cosa mi interessava. Il primo numero di “Urania” di cui feci la copertina era il numero 233 del 3 luglio 1960, dal titolo “L’impossibile ritorno” di J.B Dexter. Ricordo che vi erano due mostri che si affrontavano.

L'IMPOSSIBILE RITORNO THOLE

Nel primo periodo mi alternai con Jacono, autore anche delle illustrazioni interne in bianco e nero, e ricordo che alcune copertine le fece anche Pinter
.”

Wow – Oltre ad “Urania” cosa hai fatto?

“Ho continuato a lavorare per “Rizzoli” con diverse copertine, soprattutto nei primi anni del mio soggiorno in Italia. Ho collaborato anche con altri editori più o meno saltuariamente. Ho lavorato anche per un’agenzia inglese, ma non mi piaceva molto: dopo un po’ di tempo mi sono accorto di strane cose. Mi potevano manovrare come volevano tenendo tutti i contatti con gli editori. Qualche volta hanno risposto a delle offerte di lavoro, dicendo che ero troppo occupato, dirottandoli su altri autori, senza informarmi di nulla. Mi sono seccato e ho piantato lì. Per il gruppo “Hamlin” ho illustrato un libero sugli alberi, un lavoro interessante ma faticoso; oltretutto ritardavano sempre a consegnarmi la documentazione.
Ho collaborato con una collana di “Rusconi”, e fatto illustrazioni per alcune case editrice tedesche.
Anche per la Mondatori faccio copertine che con la fantascienza hanno ben poco a che vedere, per esempio nella collana “Oscar” ho illustrato i racconti di Hitchcock e Souvestre, la collana “Fantomas” e molti altri.
Ultimamente ho preso contatto con il gruppo di “Penthouse”. Bob Guccione ha presentato una nuova rivista, “Omni”, di cui è direttore Ben Bova, con cui dovrei collaborare.”

Wow – Come hai realizzato le copertine di “Fantomas”?

“Le ho eseguite con una tecnica particolare, la “carta da grattare”, in gergo “scraperboard”. Era stato indetto un concorso per le copertine di “Fantomas” a cui partecipò anche Pinter. La richiesta era di un’illustrazione in stile con alcuni vecchi disegni ed incisioni dell’Ottocento. Io, malauguratamente, vinsi. Parlo di sfortuna perché la cosa mi creò molti problemi per la colorazione. Inizialmente tentai usando una copia. La cosa non riuscì molto bene anche perché la stessa più che in bianco e nero era i bianco e blu. Il secondo tentativo fu di applicare un foglio trasparente sulla copia e quindi dare il colore. Secondo fallimento. Infine, sempre con il foglio trasparente, dovetti procedere con le progressive. Mi avevano fornito dei fogli con tutta la gamma dei colori ottenibili, con tutte le sfumature dai colori pieni alle varie intensità di “retino” opportunamente numerate. Dovevo, sulla carta trasparente, rilevare i contorni del colore e segnarvi il numero corrispondente. Una fatica enorme! Dovevo andare via un po’ d’immaginazione e sperare che qualcosa saltasse fuori.”

Wow – Oltre “Fantomas” ed “Urania”, hai seguito altre serie?

“Non ne avrei il tempo. Già adesso faccio otto o dieci copertine al mese. C’è “Urania” quattordicinale che diventerà settimanale, gli “Oscar” Mondatori ed ultimamente anche i Gialli, in particolare la serie di Agatha Christie dedicata ad Hercule Poirot e qualche altra cosa. Decisamente un’altra collana mi stroncherebbe.”

Wow – Racconta qualche cosa sulle copertine di “Urania”.

“Il problema più grande, era dato dal fatto che non ero abituato a dover disegnare un disegno senza aver letto il libro. Mi passavano un breve riassunto con delle indicazioni. Molto spesso volevano troppe “cose” nella copertina ed allora dovevo fare di bozzetti. La cosa non mi entusiasmava, non mi è mai piaciuto schizzare dei disegni. O si deve fare un lavoro quasi finito, ma non c’era il tempo, o si abbozza senza poter dare minimamente l’idea di come sarà la copertina finita. Inoltre non potevo modificare il bozzetto che rea stato approvato; non avevo il tempo di sottoporre un’eventuale modifica che a mio parere migliorava il lavoro. Poi man mano che crebbe l’esperienza, richiesi una maggiore libertà.”

Wow – Le copertine dl tuo “periodo olandese” come erano?

“Normali copertine di romanzi, con illustrazioni realistiche. Niente di fantastico o surreale.”

Wow – Trovavi più semplice fare quelle copertine?

“No, anzi molto più difficile! Se volevano la rappresentazione del protagonista, avevo una precisa descrizione a cui attenermi. Adesso mi dicono…”un mostro che esce dal mare”…posso fare ciò che voglio! Pensa, un mostro è…un mondo! Posso materializzare ogni pensiero. Al massimo mi dicono…”il mostro ha otto zampe”, mi limitano ma non troppo, i piedi possono essere ovunque, per esempio sott’acqua.
Quello che mi hanno chiesto più volte è se non sia limitante la descrizione che mi danno: relativamente poco. La stessa descrizione, data a dieci grafici diversi, produce dieci lavori completamente differenti. Alcuni elementi sono presenti in tutti e dieci i disegni, ma ognuno li avrà personalizzati a modo suo.
Forse uno dei vantaggi della fantascienza è proprio questo: una libertà di “espressione fantastica” in ogni tipo di illustrazione. Si può inventare tutto!”

Wow – Per le tue illustrazioni ti basi su un riassunto che ti passano. Non preferiresti leggere il libro o qualche brano di esso?

“A parte la mancanza di tempo, non mi troverei molto bene. Sono un lettore lentissimo ma attento. Leggo un libro sempre una volta sola, però lo ricordi a distanza di anni.
Sono capace di rammentare un particolare e addirittura di visualizzare la pagina così da dirti se un fatto è descritto in alto o in basso, nella pagina pari o in quella dispari.
A parte questo, leggere un libro per cui devo illustrarne la copertina, mi dà troppe idee e cado nell’indecisione su quale scegliere.
Anni fa, in Olanda, scommisi di poter fare un’illustrazione per ogni riga di un racconto. Vinsi la scommessa!
Pensa ad esempio a “Cronache Marziane” di Ray Bradbury: per ben sei volte ho rifatto la copertina. Adesso non voglio più vederlo! Non ne faccio più.”

Wow – Qualche aspetto particolare dei tuoi disegni poco conosciuto?

“Ho fatto diverse illustrazioni caricaturali ed umoristiche. Ho illustrato ad esempio per l’Olanda la serie dei libri di Guareschi “Peppone e Don Camillo” facendo copertine e disegni in bianco e nero. Le fisionomie le ho ricavate dalla descrizione, ma ci sono curiosi punti di contatto con Gino Cervi e Fernandel, anche se io non avevo mai viso i film.”

Wow – Qual è secondo te la qualità essenziale per un buon illustratore?

“Che faccia colpo. In altre parole, che la copertina contenga pochi elementi, tutti essenziali e molto assimilabili. Odio fare copertine complicate con particolari insignificanti che non risultano di immediata lettura.”

 

Da “Wow”, dicembre 1978, Luigi Bona editore, Milano.

 

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